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giovedì 2 gennaio 2014

Lezione 34 - L'ignoranza del protagonista

Inauguriamo il 2014 con una nuova lezione. Nonché il compleanno del Blog! YEEE! Non siete elettrizzati?
Oggi parliamo del protagonista, e in particolare di quello che io chiamo Protagonista Ignorante. Non è dispregiativo, anzi. E' un espediente narrativo semplice da attuare e utilissimo, soprattutto se si è alle prime armi. In cosa consiste? Beh, nel rendere il protagonista ignaro a proposito di qualcosa di difficile spiegazione. Per esempio, mettiamo che dovete scrivere un libro fantasy, ambientato in un mondo parallelo alla terra. Se il protagonista fosse nato lì, sarebbe più difficile per voi immedesimarvi, e inoltre nel momento di dover spiegare la geografia, oppure degli eventi storici che magari gli abitanti di questo mondo danno per scontati, sareste in difficoltà, perché non potete spiegarli "con naturalezza". Ad esempio, non potete spiegare tutte queste cose in un dialogo tra due personaggi, perché i due personaggi non ne parlerebbero, e darebbero tutte queste informazione, come già detto, per scontate. E se voi le inseriste il lettore si accorgerebbe subito che sono informazioni inserite solo per lui.Ma il vostro obiettivo è fare immedesimare il lettore! Non deve sentirsi estraneo, o ignorante, o spaesato. Deve ricevere quelle informazioni nel modo più naturale possibile. Ecco, farlo in realtà è molto semplice: rendere il protagonista parimenti ignorante. Se ad esempio voi faceste provenire il protagonista da una regione straniera, o da un altro mondo, nel momento in cui si viene a trovare nel vostro mondo fantasy non saprebbe niente, e sarebbe giustificato a chiedere informazioni (informazioni utili al lettore ovviamente) e gli altri personaggi sarebbero giustificati a dargliele. Andiamo a chiarire con un esempio.

PROTAGONISTA ONNISCIENTE:
Asdrubale camminò sui prati verdi che per tanto tempo erano stati la sua casa, e si chinò a cogliere una Rokalendra. Era un fiore giallo, molto particolare, perché si muoveva, proprio come un animale, e veniva ad "annusarti" le dita. Avevano grandi proprietà curative e alcuni le usavano addirittura come piante da compagnia.

PROTAGONISTA IGNORANTE:
Asdrubale iniziò a camminare su quei prati sconosciuti. E notò che a terra c'erano degli strani fiori gialli, che si muovevano come fossero animali. Provò ad avvicinare un dito, e uno di quelli iniziò ad "annusargli" le dita.
"Che cos'è?" chiese Asdrubale.
"Una Rokalendra! Ha molte proprietà curative  e si muove. Alcuni la usano come pianta da compagnia!"

Ok? E' un esempio davvero molto riduttivo, in un discorso del genere si potrebbe mantenere tranquillamente un protagonista onnisciente, non cambierebbe nulla. Ma quando le cose da spiegare si complicano diventa anche più difficile spiegarle con naturalezza. Ad esempio le festività. Immaginate di dover parlare del natale. Se fate parlare due persone comuni diranno "Ehi, è Natale! hai preparato i regali?" "Non ancora" e cose del genere. Ma se voi dovete spiegare cos'è il Natale la cosa si complica, perché i due personaggi non si mettono a dire cose come "Oggi è nato Gesù! Ecco perché si festeggia!" "Sì, lo so, 2013 anni fa!". Non sarebbe naturale, perché loro SANNO quelle cose e sanno che l'interlocutore sa, per cui, perché dovrebbero parlarne? Badate, io ho visto molte volte risolvere le spiegazioni in questo modo orribile. Se non voleste cadere in questo errore a questo punto potreste solo far fare al narratore una spiegazione esterna e digressiva "Perché il Natale era una festività che tutti conoscevano, caratterizzata dallo scambio reciproco di doni. La tradizione voleva che il giorno di Natale fosse il giorno di Nascita del figlio del loro Dio sulla Terra". E non sarebbe sbagliato, ma si ha un effetto da "libro di storia" che potrebbe annoiare.
Per risolvere, rendete il protagonista Thailandese, e fate finta che non sappia cos'è il Natale. a quel punto potrebbe chiederlo a un altro personaggio, e quest'altro gli spiegherebbe tutto. A lui e, indirettamente, al lettore, che in questo modo riceve l'informazione di cui aveva bisogno senza intoppi e senza sentirsi ignorante.
Il caso limite di Protagonista Ignorante si ha quando il protagonista è uguale al lettore. Ovvero, pensate al target del lettore, per un fantasy, un ragazzo di 15 anni. Bene: prendete il protagonista, rendetelo maschio, di 15 anni, e catapultato in un mondo totalmente nuovo per lui. In questo caso il protagonista è simile al lettore, e il lettore si può quindi immedesimare totalmente, come se ci fosse lui lì. Capito? L'inconveniente è che così dovrete spiegare proprio TUTTO.
Quindi, lezione di oggi: rendere il protagonista ignorante come il lettore è un buon modo per introdurre discorsi di spiegazione. Più il protagonista è ignorante ed estraneo alla storia, più è facile spiegare gli avvenimenti al lettore, rendendo però così il protagonista troppo estraneo alla storia. Quindi, trovate un buon equilibrio e poi lanciatevi! Io, ad esempio, ho usato questo metodo (anche) nel mio secondo libro: la protagonista è ignorante in materia tecnologica, così sono giustificata a far spiegare a lei i procedimenti informatici da altri personaggi per poi spiegarli al lettore. Chiaro?E' stata una lezione un po' confusa, ma spero di essermi spiegata. Alla prossima!

giovedì 19 dicembre 2013

Lezione 33 - La lunghezza di un romanzo

Sono proprio in queste settimane immersa nella scrittura del mio secondo romanzo, e mi è sorto un dubbio che sicuramente avrà attanagliato molti altri di voi. Quanto deve essere lunga una storia per poter essere chiamata romanzo?
Bene, premettendo che è impossibile dare una risposta precisa, mi sono permessa di cercare informazioni in rete e di chiedere a qualche amico con la mia stessa passione per la scrittura. Questo, a grandi linee, il risultato: 100 cartelle. Questa è la lunghezza minima per parlare di romanzo (breve), mentre un romanzo di lunghezza media dovrebbe stare tra le 150 e le 250 cartelle. Oltre si parla di mattone.
Ma cos'è una cartella editoriale? In verità ne ho già parlato altrove, tempo fa, nella lontanissima Lezione 4 - Impaginazione. Ma ricordarvelo non può farvi che bene, giusto? Dunque, la cartella editoriale è l'unità di misura dei libri. Esattamente. Come fate a capire se avete scritto tanto o poco? Dire "ho scritto 20 pagine" non rende l'idea, perché scritte in carattere 72 equivalgono a due frasi, mentre scritte in carattere 4 potrebbero benissimo essere un libro. Questo perché il numero di pagine dipende dall'impaginazione. Le cartelle invece non soffrono di questo problema, perché si basano sul numero fisso di caratteri scritti (spazi inclusi). Per cui possiamo dire che una cartella editoriale equivale a 1800 caratteri (alcuni dicono 2000, ma io preferisco il primo valore).


1 Cartella = 1800 Caratteri (spazi inclusi)


Quindi, in definitiva, per capire di quante cartelle consta il vostro lavoro, aprite il vostro editor di testo, andate al conteggio dei caratteri e dividete quel numero per 1800. Il risultato è appunto il numero delle vostre cartelle. Questa unità di misura è stata adottata perché solitamente, e sottolineo solitamente, l'impaginazione di un libro pubblicato corrisponde a 30 righe per pagina, con 60 caratteri per riga. Quindi 1800 caratteri per pagina. E questa è proprio una cartella. Quindi il numero di cartelle che troverete dovrebbe corrispondere al numero di pagine (ripeto, in linea di massima) se il vostro libro fosse pubblicato. Ma come ho detto, noi ora usiamo le cartelle solo per confrontare la lunghezza degli elaborati.
Per cui, fermo restando che esistono racconti lunghi e romanzi brevi, e che i racconti si distinguono anche sulla base dell'intreccio oltre che della lunghezza, ora sappiamo che un romanzo medio va dalle 150 alle 250 cartelle. Se rientrate in questi termini, siete in una botte di ferro.
Avere meno cartelle non vi impedisce di definire il vostro lavoro un romanzo, come averne di più non dovrebbe pregiudicarvi la pubblicazione. Purtroppo però è risaputo che solitamente gli editori preferiscono questa lunghezza. E non solo, ma anche i premi letterari spesso pongono di questi limiti, per cui il mio consiglio è cercare di rimanerci, se la storia lo permette.


lunedì 12 agosto 2013

Lezione 32 - Il dosaggio degli eventi

Salve a tutti!
In questi giorni sono tremendamente inconcludente. Non riesco a scrivere (né narrativa, né articoli), non riesco a finire di leggere i libri che dovrei finire di leggere... mi sento inutile e senza scopo.
Comunque, oggi cercherò di porre un freno a questo sfacelo con una nuova lezione veloce veloce.
Parliamo del dosaggio degli eventi importanti quando si scrive un romanzo.
Vi è mai capitato di leggere un capitolo (vostro e non) e di pensare che tutto scorra troppo velocemente? Che per questo motivo non è realistico? Beh, questo spiacevole effetto è dato da due errori:


  1. Non ci sono abbastanza particolari (descrittivi, narrativi o riflessivi poco importa, semplicemente non ci sono eventi di intermezzo, che spezzano la trama e "tranquillizzano" il lettore, gli permettono di respirare. Questi li chiamo "eventi cuscinetto")
  2. Allo stesso tempo ci sono TROPPI eventi importanti ai fini della trama. 

Vi faccio un esempio banale. Nel primo capitolo de "I Promessi Sposi", di evento importante ce n'è UNO e UNO SOLO, ovvero il dialogo di Don Abbondio con i Bravi, che gli intimano di non celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia. Tutti gli altri sono eventi "cuscinetto", quelli insomma che allungano il "brodo" e fanno diventare un solo evento importante lungo quanto un capitolo. Ad esempio la descrizione del paesaggio, del carattere di Don Abbondio, di chi sono i Bravi, della situazione storica, etc etc...
Ecco, uno dei più grandi errori degli esordienti è tralasciare gli eventi cuscinetto (o meglio, sequenze cuscinetto) e inserire in uno stesso capitolo troppi eventi importanti. Immaginatevi ad esempio, come sarebbe stato più breve e dall'aria più frenetica il primo capitolo de "I Promessi Sposi", se invece di raccontare solo l'incontro di Don Abbondio con i Bravi, narrasse anche di Don Abbondio che si barrica in casa, di Renzo che parla con Perpetua, del matrimonio a sorpresa e di Fra' Cristoforo. Insomma, ci salterebbe fuori un gran pasticcio, e soprattutto "I Promessi Sposi" sarebbe un libretto da 4 soldi e un paio di centinaia di pagine, illeggibile perché troppo pregno e frenetico.
Per cui, se avete questo problema, in linea di massima provate a narrare UN SOLO evento importante ad ogni capitolo, e il resto riempitelo con eventi cuscinetto e di sottofondo. Vedrete che il tutto migliorerà a vista d'occhio! Parola di Arte! 

mercoledì 17 luglio 2013

Lezione 31 - Il blocco dello scrittore

Salve marmaglia!
Finalmente dopo tanto tempo di assenza torno a farmi vedere. Perché sono mancata tanto, dite? Beh, la sessione estiva di esami ha la gran parte della colpa. Inoltre, purtroppo, in questo periodo non brillo né in salute fisica né in idee per nuovi articoli... tutto questo mescolato assieme, con l'aggiunta di un pizzico di sale e pepe a piacere, vi dà il quadro generale della mia situazione.
Ora però arrivano le buone notizie: domani darò finalmente l'ultimo esame dell'anno e in più, che ci crediate o no, ho anche intenzione di riprendere a filmare video, accantonando la mia mania per la perfezione (ho fatto qualche ripresa il mese passato ma non mi piacevo e ho cestinato tutto... errore imperdonabile!). Per cui... state in campana che dalla prossima settimana ho intenzione di SOMMERGERVI di roba!


Ora però iniziamo la lezione di oggi. Come ho detto, ultimamente ho pochissime idee, per cui l'argomento mi è stato misericordiosamente suggerito da un web-amico.
Parliamo di blocco dello scrittore, infatti, infima e alquanto spiacevole situazione in qui tutti alla fine veniamo a trovarci, prima o poi (anche se si spera nel "poi"). In cosa consiste esattamente? Beh, io mi sono presa la libertà di stilarne alcune categorie:


  • Blocco Cerebrale: non ci sono più idee ma si ha voglia di scrivere (pressapoco quello che sto passando io ora col blog). Per cui si ricerca spasmodicamente qualcosa da fare... e non la si trova.
  • Blocco Tecnico: ci sono le idee ma non c'è la voglia di scrivere. Per cui si pensa, si annota, si pensa ancora, e alla fine non si conclude un fico.
  • Blocco Generale: il peggiore, non si hanno idee e anche se si avessero non si avrebbe voglia di metterle per iscritto. Generalmente i blocchi generali sono conseguenti ad un periodo di stress o anche solo di produzione intensa.  
  • Blocco Critico: ci sono sia le idee che la voglia di scrivere, ma quando si inizia ci si accorge che tutto quello che si fa è veramente orrendo.
  • Blocco della Novità: si sta scrivendo qualcosa da molto tempo e non si ha più voglia di procedere su quella storia, e l'unica cosa che si desidera è passare ad altro, un'altra avventura, un'altra trama.
  • Blocco del Capitolo: avete idee, avete voglia di scrivere, ma non avete voglia di scrivere QUEL preciso pezzo che dovete scrivere, per seguire l'ordine cronologico della trama, mentre morireste dalla voglia di saltare e passare direttamente al capitolo successivo.


Ecco, personalmente le ho testate TUTTE, dalla prima all'ultima, eppure sono ancora qui, quindi vuol dire che in qualche modo se ne esce sempre. Ora però rimane da capire come.
Beh, non voglio mentirvi, il tempo è il rimedio principale. Spesso la sensazione di blocco, qualunque essa sia, è passeggera, transitoria. Può durare giorni, settimane, MESI (sì, anche questo mi è capitato), ma posso giurarvi che alla fine la voglia di fare torna sempre. Però ci sono anche piccoli accorgimenti da adottare... 
Ad esempio, se avete un Blocco Cerebrale, semplicemente, leggete, osservate, guardate film. Smettete di sforzarvi sulla scrittura, abbandonatela per quel tanto che serve, e attendete pazientemente che arrivi un'idea; l'unica cosa che dovete fare è aiutare questa idea a sorgere leggendo quello che hanno scritto altri autori, o come dicevo vedendo film... lasciate che i vostri colleghi vi aiutino ad allenare un cervello momentaneamente paralizzato!
Se il vostro è un Blocco Tecnico, non mollate assolutamente le vostre idee! Annotatele, pensatele, modificatele nella vostra mente, create in modo astratto. Non cimentatevi nella scrittura vera e propria se non ne avete voglia: ne uscirebbe solo una sfilza di ovvietà. Però non permettete mai alle idee di essere dimenticate! Quando tornerà la voglia di scrivere potrete dedicarvi a loro.
Se avete un Blocco Generale, unite i due consigli soprastanti.
Se avete un Blocco Critico, cercate qualcuno che legga ciò che scrivete e del cui giudizio vi fidate che vi faccia capire se ciò che scrivete è davvero da buttare o se siete voi a essere troppo severi con voi stessi. Vi stupireste di sapere quante volte si tratta di questa seconda ipotesi...
Se siete alle prese con un Blocco della Novità, NON ABBANDONATE QUELLO CHE STATE FACENDO PER QUALCOS'ALTRO!!! E' di vitale importanza. Come consiglio spesso, è sempre meglio concentrarsi su un solo lavoro alla volta. Per cui, se avete altre idee, annotatele ma non cercate di prenderle in mano. Sono particolarmente severa su questo punto, perché mi sono sempre imposta di seguirlo, e invece proprio qualche mese fa ho abbandonato un progetto per un altro, credendo che l'originale fosse del tutto da buttare, e ora invece mi è tornata voglia proprio dell'originale... ora mi trovo con due libri scritti a metà. Ed è la cosa più odiosa che possa accadere.
Infine, se avete un Blocco del Capitolo, semplicemente, provate a superare lo scoglio o in alternativa fermatevi del tutto. Non è bene andare a scrivere pezzi che vi piacciono di più ma che si trovano più avanti con la trama, altrimenti poi vi ritroverete in mano con molti stralci da unire l'uno con l'altro, e riuscirci è quasi sempre impossibile, perché insomma vi saranno rimaste le parti "noiose" e di transizione alla fine, tutte in una volta.
Questi erano, in breve, i miei piccolissimi e personalissimi consigli. Ma ne ho un altro, più generale, per cercare di farvi uscire dal baratro: semplicemente aprite il vostro editor di testo e iniziate a scrivere. Sembra banale e anche impossibile da fare, quando non si ha voglia. Ma posso garantire per esperienza che, spesso, semplicemente sforzandosi per le prime righe poi si riesce a prendere il ritmo e a continuare la storia. Certo, forse il blocco vi rimarrà ancora per qualche settimana, nel senso che per qualche settimana ancora non avrete voglia di fare alcunché, ma se per caso quest'ultimo metodo vi riesce, potrete continuare la storia e non rimanere bloccati.
Arte vi saluta e come al solito spera di esservi stata d'aiuto. Infine, vi augura una buona e felice esistenza fino al prossimo articolo! Bye bye!

mercoledì 29 maggio 2013

Lezione 30 - Saper riassumere!

Salve gente! Questo è un mese particolarmente produttivo. E mi è balenata in mente l'idea di fare una lezioncina breve breve anche sulla capacità di riassumere. Già perché mi capita spesso di sentire gente che proprio non ne è capace:


IO: "Come è stato il film?"
SVENTURATO GIOVANE: "Bellissimo!"
IO: "Di che parlava?"
S.G.: "Allora, praticamente c'era una, no? Ecco, una tipa che era ricca, no? Aveva dei vestiti bellissimi tutti pieni di perle. Ecco, lei amava uno, che non ricordo come si chiama. Cioè, no, non lo amava. Lui amava lei ma lei non lo voleva. E c'è la mamma di lei che invece vuole che la figlia lo sposi. E lei era appassionata di quadri e di Picasso. Lui era ricchissimo ma a volte sembrava cattivo, no? Intanto c'era anche uno che giocava a carte contro dei tedeschi e vinceva. E c'era una nave grande, no? Ecco, e quello che giocava a carte aveva un amico italiano. Dovevano imbarcarsi su questa nave ma era tardi, stavano per tirare via i ponti ma loro riescono a imbarcarsi perché giurano di non avere i pidocchi. Poi..."

* circa due ore dopo *

S.G.: "Sì, e praticamente alla fine lei è vecchia con una vestaglia bianca, va sul ponte della nave, si affaccia al parapetto e butta in acqua il Cuore dell'Oceano. Poi va' in camera, si vedono le foto di lei giovane a cavallo, e poi muore e torna sul Titanic con Jack e si baciano dall'orologio. Dove si sono dati appuntamento la prima volta, no?"
IO, con gli occhi fuori dalle orbite: "Sì, immagino"


Vi giuro, sul mio osso del collo, che esiste davvero gente così! E non gente per forza logorroica. Gente che, non so come, non so perché non riesce a fare una cernita mentale degli avvenimenti di un film o di un libro, non riesce a distinguere cosa è importante e cosa no. Gente che, quando comincia a raccontare, abbonda in particolari del tutto inutili, che allungano il brodo, lo allungano, lo allungano... e alla fine tu, che sei stato lì ad ascoltare, ti chiedi perché mai sei stato tanto imbecille da chiedere informazioni (tanto più che Titanic l'avevi già visto).
Scrittori in erba, ricordate: saper fare un riassunto è IMPORTANTISSIMO. I novelli scrittori infatti smaniano di aggiungere particolari, tanti, e non si accorgono che a volte questo può far danno. Imparare a riassumere aiuta a capire cos'è importante e cosa marginale, aiuta ad essere più oggettivi e a non inserire senza volere commenti personali, a essere chiari nello scrivere.
Per cui, se siete tra quelle persone che non sanno riassumere, allenatevi! Non perdetevi in parole inutili. Prendete un testo, anche breve per iniziare, e fatene il riassunto seguendo il metodo delle sequenze narrative.
(per saperne di più, leggete la Lezione 27). In pratica basta leggere il testo in esame, dividerlo in sequenze (ogni volta che cambia stile o scena) e dare poi un titolo a ogni scena. Mettere insieme i titoli, collegandoli con le regole sintattiche italiane, ed è fatto! Avete (più o meno) il riassunto perfetto. Ora leggetelo, guardate quanto è corto! Misuratelo! E provate a fare lo stesso lavoro con un altro testo senza il metodo delle sequenze. Il riassunto non deve essere più lungo di quello del primo testo, altrimenti significa che state aggiungendo particolari inutili!
Ora, ad esempio, vi faccio un riassunto al volo di Titanic. Guardate quanto può (e dovrebbe essere) breve un vero riassunto!


Rose si imbarca sulla prima classe del Titanic con sua madre e il suo fidanzato, che non ama. Allo stesso tempo sale anche Jack, uno squattrinato artista di terza classe. Durante il viaggio Rose tenta il suicidio, ma Jack la salva e da quel momento hanno modo di conoscersi e innamorarsi. Tutto fino allo schianto contro l'iceberg, che fa affondare rapidamente il transatlantico. Dopo paura e continue corse contro il tempo, Rose e Jack si trovano entrambi in acqua. Il Titanic è già affondato, e a loro non resta che sperare di venire salvati da una scialuppa di ritorno. Per Rose sarà così, ma Jack morirà nell'Atlantico. Rose lo raggiungerà una volta divenuta anziana, e dopo aver tramandato la sua testimonianza ai posteri. FINE.


Fine, capito? Questo è il riassunto di un film di tre ore. Questi sono gli eventi importanti! Questo è un riassunto, d'accordo? Imparate a riassumere, e imparerete anche a scrivere e dialogare più correttamente con gli altri. Parola di Arte!

venerdì 24 maggio 2013

Lezione 29 - Flashback e Flashforward

Ehilà gente! Ultimamente sono produttiva! Chissà perché sempre a questi orari strambi, ma forse il mio orologio biologico ha solo bisogno di una regolata.
Oggi parliamo dei Flashback e dei Flashforward. Ma, ancora una volta, andiamo con ordine e trattiamone uno per volta.


Il Flashback (o analessi se vogliamo essere pignoli) è, come dice il nome stesso, un "lampo all'indietro", ovvero un pezzo di trama relativamente breve dedicato alla narrazione di ciò che è avvenuto PRIMA degli eventi del tempo della storia. Una volta terminato il Flashback, il narratore torna al tempo della storia, quello normale, e riprende da dove aveva lasciato. Va ricordato che, mentre il narratore racconta il Flashback, questo usa la stessa identica forma del resto del romanzo! Ovvero, se il romanzo è scritto al presente, anche il Flashback è al presente! Se fosse scritto al passato potrebbe essere solamente un ricordo, raccontato direttamente da un personaggio. Il Flashback non è questo. Il Flashback è uguale a ogni altra parte di libro, quindi è raccontato dal narratore, e non dai personaggi; è narrato con lo stesso tempo del resto della storia; per cui, in linea di massima, se io aprissi un libro che non ho mai letto, e per caso l'aprissi nella parte del Flashback, non dovrei capire che si tratta di avvenimenti antecedenti alla trama! Mi spiego? Andiamo con degli esempi chiarificatori:


Guidalberto iniziò a raccontare al suo piccolo pubblico: "stavo camminando per la piazza e ad un certo punto  ho notato un tipo con un cappello strano"

Guidalberto iniziò a raccontare al suo piccolo pubblico. 
* cambio di paragrafo/capitolo *
Guidalberto camminava per la piazza e ad un tratto notò un signore dal cappello strano.


Ora, come vedete, il primo esempio NON è un Flashback, ma solo un racconto diretto del povero Guidalberto. Mentre il secondo esempio, quello sì che è un Flashback, perché è sempre il narratore che lo racconta. Certo, è scritto come se fosse Guidalberto, intanto, a raccontare. Ma il narratore sorvola su Guidalberto che racconta e, nel frattempo MOSTRA al lettore quello che Guidalberto sta raccontando al pubblico. Compreso?
Proprio perché il Flashback ha la stessa struttura narrativa del resto del racconto, spesso è difficile da distinguere. Mi sta capitando proprio in questi giorni di leggere un libro, infatti, dove non si capisce dove parte un Flashback perché non c'è la divisione in paragrafi.
ERRORE IMPERDONABILE. Come ho detto, dato che un Flashback è essenzialmente identico al resto della narrazione, voi dovete far capire che si tratta di un Flashback! Certo, dopo un po' il lettore ci arriva per logica, ma noi NON VOGLIAMO far sforzare il lettore, giusto? Quindi consiglio, ogni volta che iniziate un Flashback, di cambiare paragrafo, andando a capo insomma almeno un paio di volte, per separare fisicamente le due parti di racconto. Inoltre, ed è una cosa molto usata nell'editoria, è utile scrivere il Flashback intero in corsivo. Già perché se si cambia solo paragrafo, il lettore può scambiarlo per un semplice cambio di punto di vista o un cambio di scena. Lo scrivere in corsivo equivale, per farvi capire, al'inserire una scena Flashback in bianco e nero in un film a colori. Se le scene Flashback non fossero in bianco e nero (o comunque con colori diversi, o con l'opacità diversa, i gusti cambiano da regista a regista), dicevo, se non ci fosse questa differenza, come distinguereste un Flashback da una qualsiasi altra scena? Ve lo dico io: semplicemente non ci riuscireste, se non mandandovi in pappa il cervello (lo so, tutto è più semplice da capire se si parla di cinema).
Tornando alla letteratura, personalmente, gradisco anche molto i cosiddetti Capitoli Flashback, scritti appunto in corsivo e separati dal resto perché si tratta di capitoli a parte.
Il Flashback può essere unitario o scaglionato. Badate che può durare anche poche righe, volendo. Se si divide un Flashback, si ha la sensazione di elaborare quasi una sorta di storia parallela che si evolve insieme alla trama originale, solamente in un tempo differente.


Poi ci sono i Flashforward (o prolessi). Sono decisamente meno utilizzati del Flashback, perché comportano un salto nel futuro. Quindi gli usi sono decisamente più ridotti. Potrei immaginarmi un Flashforward, ad esempio, per una profezia che mostra ciò che avverrà alla fine della storia. In confronto, il Flashback è molto più duttile perché può essere impiegato per ampliare la trama, e la sua completezza, senza poi ritrovarsi troppo responsabili nei confronti del Flashback stesso.
In via teorica il funzionamento del Flashforward dovrebbe essere del tutto simile a quello del Flashback. In pratica, però, il Flashforward viene usato principalmente in due situazioni: all'inizio di un romanzo o alla fine.
All'inizio funge da prologo, e anticipa gli eventi finali, per poi troncarli senza risolverli. Così, dal capitolo primo, inizia il racconto che poi vi riporterà al punto iniziale (quindi potete vedere il prologo come un Flashforward o il resto del romanzo come un grande Flashback... a vostra scelta). Il primo esempio che mi viene in mente per questo è "Twilight" della Meyer, che inizia proprio con la fine, per poi interromperla e sviluppare la storia che ha portato a quel punto.
Se il Flashforward è posto alla fine, funge invece da finale per così dire "avanzato". Ovvero, risolto l'intreccio principale, e chiusa la trama con l'ultimo capitolo, si apre una postfazione, che spesso riprende in mano i personaggi dopo un tot di tempo, per far capire come le cose si sono evolute una volta finita l'avventura principale. Esempio lampo, il finale di "Harry Potter e i Doni della Morte", è un Flashforward.
Ovviamente se i Flashforward si presentano sotto forma di prefazione o postfazione, non necessitano di essere scritti in corsivo, parlano già da sé. Per i Flashback era utile semplicemente perché, solitamente, si trovano nel bel mezzo del libro, e altrimenti sarebbe difficile identificarli.


Bene, anche per oggi ho concluso!
Dato che mi ha fatto i complimenti e ha commentato, questa lezione la dedico a Yoru per ringraziarlo.
A presto!  


martedì 21 maggio 2013

Lezione 28 - Incipit e finali

Salve a tutti amici di Arte parla di Arte!
Come promesso, arriva (un po' in ritardo), la lezione sui vari tipi di incipit e di finali che esistono nella narrativa. Sebbene ognuno di questi aspetti sia diverso da romanzo a romanzo, infatti, tutti possono comunque essere raggruppati in più ampie categorie.


Ma andiamo con ordine. Parliamo innanzitutto dell'inizio della storia. Non è da sottovalutare: non si può iniziare come si vuole, seguendo il caso. Bisogna ponderare le prime parole, perché sono quelle che faranno capire al lettore se vale la pena di continuare a leggere. Io credo che ogni libro sia un colpo di fulmine: se non attrae subito, è molto difficile avere poi un'opinione positiva su tutto il resto. Quindi stupite fin dall'inizio! esagerate, date il meglio di voi stessi!
Tecnicamente, non c'è una regola base per l'incipit. Nella precedente lezione abbiamo parlato di sequenze: ebbene, per partire con una storia potete scegliere quella che più vi aggrada. Ma attenzione! Questo ovviamente darà modo al lettore di farsi subito un'idea sul vostro stile. Se desiderate quindi uno stile veloce, iniziare con sequenze narrative o dialogate. Se invece tenete molto ai dettagli e preferite un'entrata più sfumata nel mondo del vostro romanzo, allora le sequenza descrittive e riflessive fanno per voi!
Anche per quanto riguarda lo svolgimento dell'incipit avete libera scelta: potete creare un antefatto, una prefazione, una situazione di partenza classica, oppure anche iniziare ad avvenimenti già compiuti. Quest'ultimo tipo di incipit si dice "in medias res", in italiano "nel mezzo della situazione"; è molto interessante ed è anche piuttosto difficile da gestire, perché il protagonista e i suoi aiutanti hanno già compiuto buona parte della loro avventura, che voi abili scrittori dovrete poi completare con una serie di falshback. Se volete un esempio, uno dei più famosi incipit in medias res è quello dell'Eneide: si parte con una tremenda tempesta e il naufragio di Enea e dei suoi sulle coste del Nord Africa, a Cartagine, dove la regina Didone li accoglie. Durante un banchetto, Enea narra gli avvenimenti dei quali è reduce.
Quindi ribadisco: scegliete la modalità che più preferite, ma DATE DEL VOSTRO MEGLIO!


Passiamo al finale, ovvero il "tirare le fila" dopo una storia con intreccio e svolgimento (si spera) accattivanti.
Il finale è importante quanto l'inizio, se non forse ancora di più. Le ultime parole sono quelle che lasciano il retrogusto nella mente del lettore, sono la ciliegina sulla torta: se non ci sono, tutto il resto sembra un po' meno bello (a questo proposito potete leggere anche la Lezione 1 - Le ultime parole famose).
Per cui, pensate molto bene il finale! Il finale che, tra le altre cose, può essere di 6 tipi:

  • Con morale: implicitamente o esplicitamente contiene un insegnamento morale. Molto comune nelle favole, ad esempio, degne eredi degli exemplum latini (antiche favolette scritte apposta per insegnare una morale. Molto famose quelle dell'autore Fedro)
  • Aperto: non concluso, per cui dovrebbe (uso il condizionale perché non credo molto in questa strategia) lasciare immaginare al lettore gli avvenimenti futuri. Oppure si può usare un finale aperto se si desidera avere poi la possibilità di continuare la storia (come spesso succede, ahimè, per molte serie televisive, che quindi non conducono mai a niente). ATTENZIONE PERO'! Finale aperto non è se si conclude una storia lasciando poi sottinteso quello che accadrà. Per avere un finale aperto il lettore non deve avere la minima idea di cosa accadrà dopo. Per cui i cosiddetti finali allusivi non sono da considerarsi finali aperti. 
  • Tragico: beh... direi che il nome si spiega da solo. Si ha finale tragico quando non c'è lieto fine, e tutto è descritto con toni drammatici e crudi.
  • Narrativo: finale intero, nel senso che chi scrive abbonda con i particolari per concludere la vicenda nel modo più ampio e completo possibile.
  • Tronco: finale improvviso. La vicenda è di per sé conclusa, ma il narratore non si sforza di aggiungere particolari a proposito del finale, e di quello che eventualmente accadrebbe subito dopo. Da' quasi l'impressione che il libro si chiuda per sbaglio, come fosse stata strappata qualche pagina.
  • A sorpresa: quando riporta avvenimenti che sconvolgono del tutto l'intreccio fino a quel punto ottenuto. Ad esempio, si può avere finale a sorpresa se si scopre il protagonista essere in realtà il cattivo.

Ovviamente un tipo non esclude l'altro. Si possono avere finali narrativi-con morale (i miei preferiti), oppure tragici-a sorpresa, o ancora tronco-aperto. Naturalmente l'unico accostamento non consentito, che porterebbe ad un'antinomia, è quello narrativo-tronco. 
Anche qui, potete scegliere quello che più vi piace, io non posso far altro che dirvi la mia opinione e basarmi sui miei personali gusti (come si è capito, di solito non gradisco i finali tronchi o aperti), ma non c'è alcuna legge scritta per cui bisogna preferire l'uno all'altro. Fate come vi dice la testa (o il cuore, per i più sentimentali). Però, qualsiasi cosa facciate, FATELA BENE!!! Alla fine è solo questo che determina se un libro può essere letto o meno, la passione che ci mettete.


Bene, finalmente ho finito!
Eheh, sono mancata per un mesetto, ma stavolta vi ho regalato una lezione piuttosto corposa, vero?
Vi saluto qui e vi anticipo subito che, se vorrete, la prossima lezione riguarderà i Flashback e i Flashforward! 
A ri-scriverci!


mercoledì 10 aprile 2013

Lezione 27 - Le sequenze narrative

Torno finalmente con una nuova lezione, e se devo essere sincera devo ringraziare un amico nel forum "Lands and Dragons" per avermi dato l'idea!
Oggi parliamo dei tipi di sequenze narrative. Lezione molto tecnica.
Un testo narrativo è diviso in varie sequenze, ognuna caratterizzata da diversi stili e finalità. Andiamo subito ad elencarle:


  • Sequenze Narrative: raccontano un fatto che è accaduto o sta accadendo nella vicenda.
  • Sequenze Descrittive: descrivono qualcosa o qualcuno, nella sua fisicità o interiorità.
  • Sequenze Riflessive: contiene le riflessione, le idee e le posizioni di un personaggio o del narratore.
  • Sequenze Dialogate: contiene i discorsi diretti dei personaggi.


Le sequenze non solo "parlano" di cose diverse, ma hanno diverse peculiarità! La sequenza Descrittiva, ad esempio, non solo rallenta il tempo, ma lo ferma. Ovvero non accade nulla durante una sequenza Descrittiva: il narratore è immobile a descrivere qualcosa e il lettore si ferma con lui. 
La sequenza Narrativa invece mantiene il tempo o coincidente (proporzione 1:1, nel senso che il tempo della storia, il tempo del discorso e il tempo del narratore coincidono) oppure accelerato. 
La sequenza Riflessiva, come la Descrittiva, porta il tempo a fermarsi.
La sequanza Dialogata porta il tempo ad essere sempre coincidente.
Ovviamente bisogna tenere conto di questo. Infatti, scegliendo quale tipo di sequenza far prevalere, si può scegliere quale ritmo mantenere mentre si scrive. Quindi molte sequenze Descrittive o Riflessive portano il lettore a giudicare il libro molto lento, mentre una maggioranza di Narrative e Dialogate porta ad un ritmo abbastanza frenetico.
Il mio consiglio? Come al solito, bisognerebbe equilibrare le due cose, almeno per tendere allo stile perfetto. Sarà comunque impossibile raggiungere questo standard di perfezione, è inevitabile seguire i propri gusti personali. Io ad esempio, se proprio dovessi sbilanciarmi, direi che preferisco un ritmo veloce. Non frenetico, veloce. Infatti inserisco molte sequenze Dialogate e Riflessive.
Per dovere di cronaca, devo ricordarvi che esistono altre tipologie di sequenze (espositive, argomentative, persuasive...) ma si tratta sempre di sottotipi della più ampia sequenza Riflessiva. Quindi seguono le regole di quest'ultima, per quanto riguarda il ritmo.


Distinguere tra loro le sequenze è un ottimo esercizio di scrittura creativa. Di solito si usano testi relativamente brevi, e si individuano le sequenze, che possono essere macrosequenze (se molto ampie) o viceversa microsequenze.
Ogni sequenza ha un'unità di contenuto. Quindi, tirando le somme, ogni sequenza sta con sé stessa, e si può dire conclusa quando subentra un'altra sequenza, che ha un diverso contenuto. In pratica "parla d'altro". 
Le sequenze sono per un libro quello che le scene sono per un film. Quando una scena si conclude (attenzione, non un'inquadratura, che è tutt'altro) quando una scena si conclude il film cambia completamente ambientazione e contenuto.
Una volta individuate le sequenze (non c'è mai una regola fissa, la capacità di individuarle dipende solo dalla sensibilità artistica e dall'allenamento del lettore; non c'è un modo "sbagliato" di individuare le sequenze), dicevo, una volta individuate, bisogna dare a tutte un titolo. 
E, ora, la magia: unite tutti i titoli e avrete ottenuto il riassunto della storia. Semplice, vero?
Questo è un ottimo modo non solo per esercitarsi, per capire le regole del ritmo e la struttura narrativa, ma serve appunto anche a coloro che non sono capaci di riassumere. Purtroppo è una cosa più diffusa di quanto non si pensi. E saper fare un riassunto è importantissimo. Questo è un modo per imparare.


Bene, adesso è ora che vi lasci nel vostro brodo a rimestare tutte le informazioni che vi ho dato.
Nella prossima lezione parlerò dei tipi di finali e di inizi delle storie!
A prestissimo!

lunedì 25 febbraio 2013

Lezione 26 - Racconti Brevi

Salve a tutti! Come promesso, nuova lezione!
Oggi parliamo dei racconti brevi. Spesso sottovalutati, secondo me.
Dunque, cominciamo dalle nozioni basilari: un racconto breve è una trama scritta in prosa di lunghezza molto meno estesa di un romanzo. Non esiste un termine preciso, né in caratteri minimi né massimi. I racconti possono essere singoli, a sé stanti, oppure essere inseriti in una raccolta. Nel qual caso, i racconti possono essere identificati come i capitoli di una storia unitaria, con l'unica differenza che ognuno ha una trama differente (e di conseguenza possono esserci anche personaggi e ambientazioni completamente diverse). Se i racconti della raccolta hanno, come appena detto, trame completamente diverse tra loro, l'elemento comune potrebbe essere la morale a cui vogliono tendere, o il genere; per esempio, Edgar Allan Poe scriveva spesso racconti gotici e di fantascienza, mentre Verga, nella sua raccolta di racconti, narrava di personaggi diversi, con storie diverse, ma accomunati tutti dal medesimo destino, solitamente la morte o l'eterna malinconia (ad esempio La Lupa, Rosso Malpelo, etc...).
Insomma, il racconto breve è estremamente versatile. Si può parlare di ciò che si vuole, come si vuole, e quanto si vuole. Non si è mai vincolati alla corposità imposta ad un romanzo, e spesso è un bene, perchè può capitare di non essere in grado, o semplicemente di non avere voglia di immergersi totalmente in un'unica, grande storia, pur rimanendo la voglia di scrivere.
Anzi, dato che per uno scrittore che voglia definirsi tale, è normale avere dei momenti di "svogliatezza", io trovo il racconto breve la perfetta valvola di sfogo: ti permette di scrivere senza essere vincolato a nulla. Anche volendo scrivere un'intera raccolta, non si è mai obbligati a trovare un elemento comune tra i racconti componenti la stessa, non si è obbligati a scriverne né un minimo, né un massimo, non ci sono termini di lunghezza nella singola storia breve, e infine è immensamente più semplice mettere in piedi una raccolta piuttosto che un romanzo unitario.
La mia opinione? Scrivere racconti brevi aiuta tantissimo. Quando non si ha troppo tempo o non ci si vuole immergere in una sola storia, lunga e difficoltosa, il racconto breve è il perfetto strumento per mantenersi in allenamento e divertirsi, sfogare l'ispirazione, ripeto, senza vincolo alcuno. L'unico lato negativo dei racconti brevi è che, seppur più ben accetti ai concorsi (e quindi in ogni caso possono portarvi in alto con il minimo lavoro possibile), spesso non vengono pubblicati. Ma non disperate: non è raro che una storia breve diventi poi un romanzo. Vorrei fare l'esempio della mia storia, ma dato che non sono (ancora) famosa, basta che pensiate ai Malavoglia: sono nati in una storia breve e sono diventati i protagonisti del romanzo più famoso di Verga.
Quindi, in chiusura: se avete voglia di scrivere ma non il coraggio o la spinta necessari a buttarvi in un romanzo, non rinunciate. Scrivete, anche se poco, ma scrivete. Questo potrebbe aiutarvi ad avere la "grande idea", oppure potreste semplicemente scoprire di amare di più il racconto breve del romanzo. Posso garantirvi che anche un racconto regala tante soddisfazioni!


venerdì 14 dicembre 2012

Lezione 25 - Tipi di narrazione e narratore

Eccomi qui, dopo una lunga assenza, con una nuova lezione.
Oggi parliamo di narrazione e narratore. Cominciamo schematicamente dalla prima.
La narrazione può essere di due tipi:


  • Narrazione in prima persona: il protagonista è anche il narratore. Quindi è lui stesso che racconta: "Ero molto agitata, così andai a sciacquarmi la faccia in bagno, tentando di calmarmi". 
  • Narrazione in terza persona: il narratore e il protagonista sono due persone diverse. Quindi c'è colui che racconta e colui che agisce. Spesso colui che racconta non è identificato (esterno. Vedi oltre): "Era molto agitata, così andò a sciacquarsi la faccia in bagno, tentando di calmarsi".


Come ulteriore sottospecie per identificare i tipi di narrazione possiamo parlare in questa sede anche del tempo della narrazione. Solitamente si sceglie di usare uno dei due seguenti tempi:


  • Narrazione al passato remoto: "Egli andò in cantina e bevve il vino / Andai in cantina e bevvi il vino"
  • Narrazione al presente: "Va' in cantina e beve il vino / Vado in cantina e bevo il vino"

Ora, a seconda del tipo di narrazione che si sceglie, si avrà anche un narratore di tipo diverso. La prima domanda da farsi è la seguente: "Il narratore è interno o esterno?". Si ha un narratore interno quando è o il protagonista o un personaggio interno alla storia a raccontare gli eventi. Quindi li vive direttamente. Si ha, invece, narratore esterno quando non si conosce chi parla. Spesso avviene nei romanzi scritti in terza persona: qualcuno racconta, ma non è una persona identificata, non si sa chi è.
Il narratore esterno, inoltre, è spesso onnisciente, ovvero segue gli eventi, ma è come se già conoscesse tutto della trama, dall'inizio alla conclusione. Il narratore esterno onnisciente è quello più usato nella letteratura odierna, quello che più si adatta alla, per così dire, moda letteraria di oggi.
Infine, per completare il discorso (sperando di non aver dimenticato nulla) è d'obbligo parlare della cosiddetta focalizzazione. Ne esistono tre tipi:

  • Focalizzazione interna: il lettore è legato alle informazioni fornitegli da un solo personaggio. Ovvero vede tutto attraverso gli occhi di quel preciso personaggio, protagonista o meno che sia. Questo tipo di focalizzazione è più comune nelle narrazioni in prima persona (in cui il personaggio preso in esame è sempre lo stesso, quello che narra), ma non è detto che non si possa adattare alla terza, con un narratore esterno.
  • Focalizzazione esterna:  il lettore è puro testimone. Non prende il punto di vista specifico di un personaggio, mai. Il lettore osserva la situazione in generale, come nell'inquadratura esterna ai personaggi nella scena di un film. Questo tipo di focalizzazione, ovviamente, si può adattare solo ed esclusivamente con un narratore esterno.
  • Focalizzazione zero: si ha una situazione simile alla focalizzazione esterna. La differenza sta nel fatto che il lettore conosce tutto, attraverso la narrazione quindi di un narratore esterno onnisciente. Tornando all'esempio dell'inquadratura cinematografica, è come se la scena passasse in rassegna, oltre che la situazione generale oggettiva, anche i pensieri e le tattiche elaborate dalle menti di tutti i personaggi. Il lettore quindi sa TUTTO. non solo cosa sta accadendo, ma i pensieri dei personaggi e i loro punti di vista.

Sono consapevole del fatto che capire questi argomenti di primo impatto è praticamente impossibile. Ci vogliono pratica e soprattutto esempi concreti. Spesso si tratta di nozioni che conosciamo già, inconsciamente, in quanto lettori. E che magari non ci rendiamo nemmeno conto di distinguere. Ma le differenze ci sono, credetemi.
Detto questo, solitamente un autore sceglie un suo metodo e tende a mantenerlo. Quindi è molto probabile che il modo che sceglierete per scrivere il primo racconto, sarà quello che preferirete anche in futuro.


sabato 17 novembre 2012

Lezione 24 - L'importanza degli antagonisti

Ah, lo so, LO SO! Sono assenteista! Ma dovete capirmi: tante cose nuove per me e tutte in una volta sola. L'Università, gli esami che si avvicinano, il vivere fuori casa per metà settimana, il tamponamento di ieri sera in tangenziale (tranquilli, sia io che la Fiestina siamo vivi e vegetiamo). Insomma, è un po' un bordello. MA Arte ora è qui, non disperate. Lezioncina per farvi vedere che ci sono ancora! (ricordo a tutti che se volete avere gli ultimi aggiornamenti vi conviene seguirmi su facebook... e se non avete facebook, ISCRIVETEVI!)

Dunque, dunque, oggi andiamo a parlare degli antagonisti. Poveracci.
No, non avete capito male: poveracci! Già noi scrittori tendiamo a trattare malissimo i personaggi principali (a loro accade di tutto, la sfortuna sembra seguirli come una nuvola di Fantozzi... ma questo è comprensibile: altrimenti non ci sarebbe trama!). Ma l'antagonista ha una sorte ancora peggiore: spesso viene del tutto ignorato.
Una delle cose che odio di più in un libro è proprio questa: vedere un antagonista che c'è solo idealmente. Non appare mai, è lì semplicemente per essere cattivo, e nei casi più estremi sembra persino non avere un motivo valido per fare ciò che fa. Gli scrittori infatti spesso partono dal presupposto che, in certi generi, il cattivo DEVE esserci, ed è naturale che ci sia, quindi può essere tranquillamente lasciato al suo destino, riservando quindi al protagonista troppi meriti e troppa attenzione. Alla fine, spesso, si pecca poi di ingenuità: uno scrittore messo nell'angolo nella ricerca della MOTIVAZIONE del suo antagonista, di solito se ne esce con: vendetta, pazzia omicida, voglia di distruggere il mondo per ricrearlo, e infine il peggiore, il "perché sì. Lo fa perché è cattivo".
Bene, oggi io sono qui per gridare un solenne e tonante NO!
Ma, nella vita reale, vi sembra normale che qualcuno faccia del male solo per essere cattivo? D'accordo, esistono casi estremi, ma in un libro, che ripeto deve sempre basarsi sulla verosimiglianza, non si può sempre giustificare tutto con la pazzia e la crudeltà immotivata. Anche nei crimini più scellerati, qualcosa a monte di solito c'è: uno che uccide una persona, spesso lo fa per non farla parlare, o per toglierla di mezzo perché intralcia qualche movimento dell'assassino; non per il semplice fatto di ucciderla! Magari poi può essere così cattivo da divertirsi a uccidere, ma qualcosa che fa partire tutto, accidenti, DEVE esserci. A maggior ragione se l'antagonista vuole distruggere il mondo intero... dovrà pur averlo uno scopo, no? Magari che si differenzi dal solito, già citato, "ricostruiamo il mondo perché ora come ora è troppo squallido".
E poi ripeto, tutti i crimini hanno un motivo! Un uomo violenta una donna per sfregio. Un terrorista fa saltare in aria una scuola per ragioni politiche o religiose... è OVVIO che ciò è sbagliato, ma siete scrittori, o no? Abbiate un minimo di fantasia! Create una storia dell'antagonista! Motivatelo! Differenziatelo dagli altri antagonisti di miliooooooooooooni di libri sugli scaffali di una libreria!
Per esempio, Hannibal Lecter non diventa "The Cannibal" perché ne ha voglia. Lo diventa dopo che la sorellina viene uccisa. Si tratta sempre di vendetta, uno dei motivi più vecchi del mondo e che, se non opportunamente elaborato, diventerebbe cliché... eppure c'è una storia soddisfacente dietro a questo personaggio! Come vedete basta poco ad inventarsi qualcosa e a costruire la psicologia dell'antagonista.
Vi prego, smettete di creare l'antagonista in funzione della trama. PRIMA viene il cattivo, poi la trama. Prima deve avere un motivo per fare ciò che fa, una logica quantomeno UMANA, e infine deve apparire nel libro! Non può essere di quelli che si vedono solo alla fine del libro per essere uccisi (sì perchè il cliché del cattivo che spunta fuori solo per la battaglia finale, ed ovviamente soccombe, direi che sa un po' di vecchio). Non costruitelo "perchè serve", costruitelo "perchè è un personaggio". Sì, è un personaggio, quindi trattatelo di conseguenza! Anche lui merita attenzione. Altrimenti ne perde tutto il libro.
Anche perché, ammettiamolo, il Kattivo Kattivissimo non inganna più nessuno. Si è visto troppe volte, soprattutto nei libri Fantasy. Guardate "Il Signore degli Anelli": è stato il PRIMO in assoluto, e aveva un cattivo non presente e non giustificato. Però a Tolkien mi sento di perdonarlo (era il primo, appunto, e inoltre è talmente dettagliato in tutto il resto che quasi ci si dimentica di quella mancanza). Ma ora basta seguire quell'orma! Fate qualcosa di originale! Date un senso all'antagonista. Anzi, di più: l'antagonista dovrebbe essere protagonista alla pari del personaggio principale. Cioè addirittura più protagonista dei coprotagonisti! Non è assolutamente un personaggio secondario: lui è l'altra parte, il polo opposto della trama. Dategli ciò che gli spetta!

lunedì 29 ottobre 2012

Lezione 23 - La consecutio temporum

Per quelli di voi che non lo sapessero la consecutio temporum (tradotto dal latino: concordanza dei tempi) è il meccanismo per il quale si rispetta la concordanza dei tempi tra proposizioni subordinate e principali, secondo regole di anteriorità, posteriorità e contemporaneità. Detto alla spicciola, all'inizio di una storia si sceglie un tempo e poi lo si mantiene per il tutto il resto dello svolgimento, fino al punto finale. Vale a dire che se scelgo il classico passato remoto all'inizio della storia, lo devo poi mantenere SEMPRE e COMUNQUE. Non bisogna mai cambiarlo e trasformarlo, magari, in un presente, un imperfetto, un passato prossimo etc... (salvo, ovviamente, nei dialoghi diretti).
Beh, facile! direte voi. Pare. Ma in realtà non sempre è così semplice mantenere la consecutio temporum. Già perché ci sono dei casi in cui diventa difficile stabilire quale sia la forma verbale giusta da utilizzare (a volte mi blocco anche io a pensarci, quindi è qualcosa che va' oltre la conoscenza dell'Italiano, è un ragionamento logico che alcuni attuano come se niente fosse e altri invece fanno più fatica a capire). Ma prendiamo un esempio, per rendervi più chiaro il tutto. Ad esempio, se io dico:

La farfalla volò aggraziata sopra un fiore, e pensò che quando volerà sul fiore successivo, chiamerà a sé le sue amiche farfalle per divertirsi insieme a lei. 

Questa frase, così scritta, è ovviamente sbagliata. Perché? Beh, vi sembrerà strano, ma molti non se ne rendono nemmeno conto. Ma ve lo spiego io: questa frase è sbagliata perché non viene rispettata la consecutio temporum. Infatti qui viene usato un passato remoto... ma per fare frasi al futuro con il passato remoto bisogna usare non il futuro semplice, ma il congiuntivo trapassato e il condizionale passato, a seconda del grado di posteriorità rispetto al passato remoto in cui ci troviamo. Quindi la frase diventa:

La farfalla volò aggraziata sopra un fiore, e pensò che quando fosse volata sul fiore successivo, avrebbe chiamato a sé le sue amiche farfalle per divertirsi insieme a lei.

E se pensate che questa frase sia già abbastanza complessa... sappiate che ne esistono di veramente impossibili. Ah, beata lingua italiana! Ci sarà un motivo per cui è considerata dagli stranieri una delle più difficili lingue da imparare.
Ora, tutto diventa più semplice da capire se si è studiato il Latino (alla faccia di quelli che pensano che non serva a nulla). Già, perché il Latino è la lingua madre dell'Italiano, ma allo stesso tempo è molto più logico e ha regole ferree. Sotto certi aspetti è anche più semplice da studiare e da imparare. Mentre per l'italiano, beh, ammettiamolo, spesso bisogna andare "a sentimento". Quindi sì, non lo nasconderò: chi sa il latino ha molte meno difficoltà a mantenere la consecutio temporum anche nelle frasi italiane. Quindi consideratevi fortunati se uscite da un Liceo.
Comunque ho trovato un link abbastanza carino a proposito di questo argomento. Basta che clicchiate qui e leggiate se siete interessati. Se invece siete tra quelli a cui questo procedimento viene naturale e non avete bisogno di regole, vuol dire che siete come me, ovvero ESTREMAMENTE fortunati, almeno sotto questo punto di vista.



mercoledì 3 ottobre 2012

Lezione 22 - Proteggersi dal plagio

Salve a tutti! In attesa del video in caricamento, vi delizierò con una lezioncina nuova di zecca.
Dunque, oggi si parla di plagio. In questi giorni ne ho parlato fin troppo in via privata, quindi ho avuto l'idea di scrivere pubblicamente, una volta per tutte, quali sono i metodi per proteggere la propria opera dai malintenzionati. I metodi sono principalmente due:

  • Iscrivere la propria opera alla SIAE
  • Metodo dell'auto-invio

Il primo è un metodo sicurissimo ma costoso. Non so quanto, ma comunque si parla di numeri con più di due cifre (annuali)... e di questi tempi è davvero troppo, credo per molti di voi. Quindi, se non volete aprire un mutuo, vi rimane solo il secondo metodo, che è SICURO, nonostante sia decisamente meno professionale. L'auto-invio consiste nell'auto-inviarsi, appunto, la propria opera via posta. Non conta molto il metodo... sarebbe bene fare una raccomandata con ricevuta di ritorno, ma non è obbligatorio. Anzi, in realtà basta semplicemente il timbro postale apposto sull'apertura della busta, perché è quello ad avere valore legale. Quindi datemi retta: presentatevi in posta e chiedete il metodo più economico per spedirvi il plico. E quando vi arriva, ATTENZIONE A NON APRIRLO, altrimenti il timbro postale perde ogni valore legale e dovrete rifare tutto daccapo. Conservate, quindi, il plico del tutto integro, e sperate solamente che non ci sia mai bisogno di aprirlo. 
Vi do un altro piccolo consiglio: se non volete stare a stampare tutto il libro in formato cartaceo, potete anche auto-spedirvi un CD con sopra il file in formato sola lettura. Anzi, potrebbe anche tornarvi utile, perché se usate la firma elettronica, sappiate che pure quella può servire da prova in un eventuale processo per plagio. Il rischio nel seguire questo metodo sta nel fatto che, sicuramente, un CD è più deperibile dei fogli di carta... quindi semplicemente a voi la scelta.
Ricordatevi, inoltre, che questo metodo vi copre dal plagio per una certa percentuale di opera. Ovvero, se voi avete intenzione di modificare l'opera dopo esservela spedita POTETE FARLO, senza bisogno di rifare tutto il procedimento sopra descritto, perché sarete comunque coperti. Ovviamente si deve trattare di modifiche limitate: la linea generale della trama deve rimanere la stessa, sempre. Quindi il mio semplice consiglio è: inviatevi il materiale almeno alla seconda stesura, quando insomma sarete sicuri che la vostra storia rimarrà pressapoco invariata. Dopo l'invio concedetevi solo correzioni grammaticali o comunque poco importanti, per andare sul sicuro. Oppure se proprio dovrete cambiare molto la vostra opera, siate disposti a ripetere il procedimento di invio, che rimane comunque molto più economico di un'iscrizione alla SIAE.
Questo procedimento, ovviamente, vale per tutto ciò che riguarda opere artistiche: se siete cantautori vi invierete il CD con le canzoni, se siete inventori vi invierete i progetti etc...

Infine, permettetemi di rassicurarvi: è altamente improbabile che possiate incappare da esordienti in un processo di plagio. In ogni caso, per andare sul sicuro, difendersi non è mai sbagliato... e se ancora non siete sicuri, beh, tenetevi la vostra opera per voi e fatela leggere (a proposito della scorsa Lezione 21) solo a coloro di cui davvero vi fidate. Attuate questi piccoli accorgimenti, cioè prudenza e protezione, e vedrete che non avrete problemi di nessun genere.

giovedì 13 settembre 2012

Lezione 21 - Far leggere il libro a terzi

In questo periodo sono in vena di lezioni, gente!
Allora, mi sono accorta girovagando per il web che molti neo-scrittori si vergognano a far leggere ciò che scrivono. A tutti intendo: amici e parenti in primis, con gli sconosciuti va un po' meglio ma la pudicizia rimane in ogni caso. E in effetti posso capirli: far leggere qualcosa di proprio è un po' come aprire l'anima agli altri. Con amici e parenti è più difficile perché si ha paura di dare un'impressione sbagliata ai loro occhi, oppure perché si crede che le persone a noi più vicine possano avere troppe aspettative.
Insomma, quale che sia il motivo, non sapete quante volte mi sono sentita dire: "Farlo leggere ad altri? Ma scherzi? Mi vergogno troppo!". Ebbene, non c'è niente di più SBAGLIATO!
Allora, se scrivete solo per voi stessi e non avete nemmeno un minimo di voglia di ricevere dei complimenti o arrivare alla fama, vabbè, ritiro tutto. Ma io SO che non è così. Io SO che a tutti gli scrittori piace sentirsi dire che sono bravi. Io SO che nessun esordiente, anche il più pudico che esista, direbbe di no ad una pubblicazione. Perché in realtà noi non scriviamo (solo) per noi stessi: noi scriviamo anche per gli altri. Sempre. Altrimenti che senso avrebbe sforzarsi di migliorare lo stile? Che senso avrebbe scrivere bene per cercare di essere chiari agli occhi degli altri? Se scriveste solo per voi stessi, tanto varrebbe scrivere un diario; se scriveste solo per liberare la fantasia, tanto varrebbe disegnare o ancora meglio, tenersi tutto dentro, immaginare e basta. Invece voi mettete nero su bianco perché in fondo volete diffondere ciò che pensate. Solo che al momento di far leggere ad altri, giustamente, vi viene un po' d'ansia.
Quello che voglio che capiate, però, è che è normale, e che bisogna categoricamente vincere questa paura. E prima si sconfigge, meglio è per voi. Se continuate a covarla vi impedirà di far leggere qualsiasi cosa a qualsiasi persona, amico, parente, o EDITORE. La paura vi potrebbe realmente bloccare ancora prima che iniziate a partecipare. E non dovete permetterglielo!
Allora, i miei consigli sono semplici. Se avete questa paura l'unica cosa da fare è prendere coraggio, ingoiare il rospo, e buttarsi! Scegliete la persona che più vi aggrada, meglio se la conoscete di persona. Potrebbe essere un amico appassionato di lettura, o una persona comunque di cui vi fidate. Dategli il pezzo che volete fargli leggere. Anche breve per iniziare. Dopodiché non pensate, e intendo letteralmente: niente viaggi mentali, niente timori, niente di niente! Solo la pura e semplice oggettività: "Adesso glielo faccio leggere. Punto e basta". Non pensate che possa non piacergli: se è un vero amico, gli piacerà. E se per caso non dovesse avere successo... e chi se ne importa! Incassate il colpo, o meglio, fatevi dare dei consigli per migliorare e la prossima volta andrà meglio.
Un altro buon metodo per vincere la paura è non conoscere chi sarà il vostro recensore. Ci sono siti appositi, se non avete problemi di copyright, come EFP per le fanfiction. O, ancora, io spesso uso il forum ufficiale di Licia Troisi, Lands & Dragons, che ospita una sezione apposita in cui si possono inserire i propri pezzi per poi ricevere commenti e consigli del tutto neutri e spassionati. Ma questi non sono gli unici siti, io vi ho citato solo quelli che conosco io. Ce ne sono centinaia, basta che scegliate quello che più vi aggrada. E' anche questo un buonissimo modo per vincere la paura: vi assicuro che al primo complimento che vi faranno sarete già molto più sicuri di voi stessi.
Insomma, abbiate il coraggio di vincere questa paura! Anche perché far leggere il libro a terzi è molto importante anche in vista di una pubblicazione: loro noteranno gli errori che voi non vedete, vi diranno cosa secondo loro non va... insomma, miglioreranno il vostro lavoro.E migliore è il lavoro, più probabilità avete di venire scelti da un editore. Quindi mettetevi in questa prospettiva: se volete andare avanti, i lettori vi servono. E prima cominciate, meglio è. Forse non vi abituerete mai del tutto, un po' di ansia rimarrà sempre, ma a lungo andare riuscirete a rispondere "sì" ad ogni persona che chiederà il vostro libro/racconto in lettura. Fidatevi di me, non ve ne pentirete. Parola di Arte!


venerdì 7 settembre 2012

Lezione 20 - Precisione!

Ehilà! Dopo le vacanze, finalmente eccomi con una mini lezione nuova nuova.
Allora, oggi si parla di precisione. Sì. Cosa intendo? Intendo l'essere chiari su ciò che si vuole dire tutte le volte che si scrive. Già perché a volte mi capita di leggere brani imprecisi: mi faccio un'idea mentale di ciò che sta accadendo e all'improvviso l'autore inserisce un particolare che fa cambiare tutto.
Mi è capitato ultimamente leggendo un pezzo brevissimo, e devo dire scritto molto bene. Si parlava di due personaggi che lottavano. La vittima era una donna, e questo era chiaro fin dal principio. Ma fino a metà testo ero convintissima che l'aggressore fosse un uomo, lo avevo dato per scontato, non essendoci su di lui informazioni precise. Invece era una donna, e io ho dovuto cambiare l'immagine mentale che mi ero fatta fino a poco prima. Il che è profondamente sbagliato.
Ora, nel testo in questione non era nulla di grave, assolutamente. Bastava aggiungere due o tre parole, e in ogni caso si vedeva che era un pezzetto scritto di getto, quindi non merita alcuna critica. No, l'ho usato come esempio per parlare degli episodi VERAMENTE gravi: mi è capitato di leggere racconti lunghi, anche libri in cui l'imprecisione portava il lettore a dover cambiare ciò che si era immaginato a racconto inoltrato. Questo è profondamente sbagliato, perché interrompe la narrazione. Mai, mai interrompere! Il lettore deve uscire dal racconto solo quando lo vuole LUI, non quando lo decidete voi.
Quindi, mi raccomando, precisione fin dall'inizio! Riportare ad esempio una caratteristica di un personaggio ormai conosciuto solo molto dopo tempo può indurre quest'effetto, far pensare al lettore "Ah, ma allora prima...".
Insomma, siate coerenti! Fate capire subito ciò di cui volete parlare, perché cose che per voi sono scontate non lo sono per il lettore. Voi dovete costruirgli tutto, o almeno tutto ciò che è essenziale e importante. Guai a dimenticare particolari importanti, potrebbero far fraintendere al lettore l'intera opera.
Ovviamente ci sono anche occasioni in qui questo è voluto, ad esempio quando si creano i colpi di scena. Ma vi assicuro che un lettore sa distinguere tra un colpo di scena e una dimenticanza. Quindi lo ripeto: siate precisi fino all'inverosimile! Tutto ciò che ritenete banale o scontato, nel dubbio, ditelo! Poi, come dico sempre, si farà sempre in tempo a togliere, nel caso servisse.


domenica 12 agosto 2012

Lezione 19 - I pensieri

Premetto subito che questa lezione non è da prendere per oro colato. Qui più che mai si parla di gusti personali. Non andrò quindi a denunciare cosa è sbagliato e cosa è giusto... vi dirò solamente la mia opinione, e voi vi regolerete di conseguenza.
Dunque, esistono due tipi di pensieri:


  • Pensieri diretti: quelli posti tra virgolette, proprio come un discorso diretto. La differenza sta nel fatto che si tratta sempre di un pensiero, quindi gli altri personaggi non vengono resi partecipi:
"Che bella giornata!" pensò Gertrude. 

  • Pensieri indiretti: quelli riportati dal narratore senza seguire per filo e per segno le parole del pensiero del personaggio:
Gertrude pensò che forse una bella giornata. 



Io preferisco di gran lunga il secondo metodo. Raramente, infatti, gradisco vedere riportati i pensieri di un personaggio, soprattutto se il personaggio sta parlando a sé stesso. Odio vedere scritto, ad esempio:

"E se facessi una passeggiata? Il tempo è proprio bello!" pensò Gertrude.

 A dire il vero non so perché, forse mi dà semplicemente l'idea di entrare troppo nel personaggio, ed è qualcosa di irreale. La narrazione indiretta, invece, riporta i pensieri mediante la voce del narratore esterno, quindi mi sembra più realistico. 
Detto questo, comunque, rimane il fatto che preferire i pensieri diretti o indiretti è qualcosa di strettamente personale. Esistono autori molto famosi che usano i pensieri diretti... il che sta a significare che non è sbagliato. E' solo questione di preferenze. L'unica cosa che vi chiedo di EVITARE ASSOLUTAMENTE, ancora una volta, sono i pensieri ad alta voce quando il personaggio è solo in scena. Non esiste niente di più anormale! E ve lo ripeto perché nel libro che sto leggendo ce ne sono davvero troppi (di nuovo, ecco il link alla Lezione 16)
Ma ora ditemi, voi che ne pensate? Pensieri diretti o indiretti? Fatemi sapere! 

mercoledì 1 agosto 2012

Lezione 18 - I dialoghi

Salve a tutti, ed eccomi di nuovo tornare ad un regime (quasi) normale con una bella lezione!
Oggi parliamo dei dialoghi. I dialoghi che tanto vengono sbagliati da tanti autori. I dialoghi che vengono sottovalutati. I dialoghi che vengono considerati marginali. I dialoghi che in realtà hanno la stessa funzione delle decorazioni su un albero di natale: l'albero (cioè il libro) sta in piedi anche da solo, ma senza le decorazioni, o con decorazioni brutte, fa veramente schifo.
Lo so, sono proprio un genio con le metafore.
Comunque, si parla di dialoghi. Ormai lo avrete capito: secondo me sono la parte del libro più importante, anche senza voler esagerare. Il perché è presto detto: il dialogo è quella  parte del libro in cui ogni lettore si può davvero immedesimare, ma è anche la parte più difficile da scrivere.
Il dialogo è qualcosa di molto naturale, a cui tutti siamo abituati: assistere alla conversazione tra due o più persone è qualcosa che facciamo praticamente da quando veniamo al mondo. Quindi sappiamo bene cosa è realistico e cosa no, sappiamo bene come la gente vera si comporterebbe parlando. Il che è un'arma a doppio taglio: al minimo errore, il lettore se ne accorge e il dialogo perde interamente di credibilità; ma se il dialogo è fatto bene, il lettore ne riceverà una bellissima sensazione, e sarà portato ad essere più soddisfatto del libro.
Lasciate perdere descrizioni, narrazioni etc: i dialoghi sono lo scoglio che molti autori, anche capaci, non riescono a superare! Fate bene i dialoghi, ed è molto probabile che incanterete il lettore. Capito?
Ecco ora qualche regola tecnica per rendere i dialoghi più fluidi e realistici:


  • Frasi brevi! Evitate i lunghi discorsi quando non servono, usateli solo se strettamente necessario. Tentate invece di non dilungarvi troppo sulle parole di un solo personaggio, cercate di fargli dire ciò che volete con meno vocaboli possibile.
  • Non eccedete con la punteggiatura, come i punti di sospensione, i punti esclamativi o interrogativi. I punti di sospensione sono quasi sempre da evitare, a meno che il discorso non venga lasciato davvero in sospeso, o il personaggio non cambi improvvisamente argomento. Se non sussiste una di queste due situazioni, toglieteli e sostituiteli con un semplice punto. Per quanto riguarda esclamazioni e domande, invece, usate UN SOLO segno di punteggiatura. Evitate di voler dare più enfasi accostando più punti esclamativi o interrogativi. E soprattutto, se è possibile, non usate punti esclamativi e interrogativi insieme! Sappiate, comunque, che la punteggiatura è importante, quindi non metterla è peggio che metterne troppa. Cercate di regolarvi, certo, ma se proprio dovete sbagliare, sbagliate per eccesso. 
  • Non ripetete continuamente il nome del personaggio a cui colui che parla di sta rivolgendo. Questo è un metodo adatto a capire chi sta intervenendo e verso chi quando si è in presenza di un dialogo di gruppo piuttosto vasto. Ma se si hanno due sole persone, o comunque dai modi e dal lessico si può capire chi sta parlando con chi, evitate di ripetere sempre i nomi. Non è realistico! Le persone vere non lo fanno, si rivolgono con lo sguardo, al massimo chiamano una volta il nome di colui col quale vogliono interagire, ma non di più! Sapeste quante volte ho visto:

"Ehi, Asdrubale, ceniamo insieme?"
"Assolutamente sì, Ermenegilda!"
"Ma, Asdrubale, paghi tu?
"No, Ermenegilda, non ho molti soldi"
"Ma Asdrubale, io ne ho ancora meno!"
"Eremenegilda, è meglio se non ceniamo insieme"
"Hai ragione Asdrubale"
"A domani Ermenegilda"
"A domani Asdrubale".

  • Da evitare anche il lessico troppo curato, a meno che il personaggio non sia un letterato che parla molto bene anche dialogando. Soprattutto se è un dialogo tra amici: lasciate perdere gli altisonanti! Tra amici si parla così, come capita... niente frasi ricercate, intesi? Voglio dire, non sbagliate i congiuntivi come di solito la gente tende a fare parlando, ma non trasformate nemmeno in poeta laureato un barbone di strada. Comprì?
  • Differenziate il modo di parlare tra personaggio e personaggio, sia come tono di voce, sia come lessico e modo di atteggiarsi. Potrebbero esserci personaggi che, ad esempio, tendono spesso a ripetere la stessa parola, proprio come le persone vere, o personaggi che parlano in maniera insicura etc etc... differenziateli durante tutto il libro!
  • Evitate le sfilze interminabili di sole righe di dialogo! Tra l'una e l'altra fate accadere qualcosa di tanto in tanto, anche solo far cambiare posizione ad un personaggio. Questo darà l'idea al lettore di trovarsi in mezzo alla discussione e di VEDERE ciò che accade, piuttosto che ascoltare un dialogo alla radio.
  • I PERSONAGGI NON DEVONO FARE LUNGHI DISCORSI DA SOLI, perché non è per nulla naturale! (e qui ci ricolleghiamo alla Lezione 16
  • Senza abbondare, non è comunque male farcire il tutto con espressioni onomatopee, come "ehm" "uhm" etc etc...
  • Quando un discorso è troppo lungo da scrivere, e soprattutto il lettore conosce già ciò che c'è da dire (ad esempio quando un personaggio ragguaglia un altro su un evento a cui il lettore ha già assistito mediante la narrazione), evitate di fare l'intero discorso, ma inseritelo indirettamente. Basta scrivere, ad esempio: "[...] E Asdrubale spiegò ad Ermenegilda come era riuscito a salvarsi. Al che Ermenegilda disse... [...]"
  • Il dialogo spezza la narrazione, e soprattutto porta il tempo del discorso a coincidere con quello della storia (in rapporto 1:1, insomma, con il tempo come sarebbe realmente). Tenetene conto! Se state descrivendo qualcosa che è accaduto in molti mesi, evitate di aggiungerci all'interno dei dialoghi, che riportano il tempo "accelerato" della narrazione a quello normale. Sono salti che se fatti troppo spesso fanno venire letteralmente il voltastomaco, quindi fate che il tutto sia omogeneo, regolatevi: dialoghi con dialoghi, narrazione dal ritmo veloce con narrazioni dal ritmo veloce. 


Ok, non mi viene più in mente niente.
In ogni caso, io consiglio sempre di agire sul campo: la prossima volta che dialogherete con qualcuno, studiate la natura di quel dialogo: le pause, le sospensioni, i toni di voce, lo stile formale o informale etc etc... Se lo farete il più possibile, allora quando arriverà il momento di scrivere saprete su cosa basarvi, avrete ancora in testa qualcosa di reale e verosimile. 

domenica 15 luglio 2012

Lezione 17 - Soliloquio e Monologo

Questa lezione nasce da un dubbio che mi è accorso scrivendo la Lezione 16. Ho parlato di monologhi, infatti, chi ha letto ricorderà. Ma poi mi sono ricordata che esiste anche il soliloquio, riportando alla memoria una lezione di Shakespeare di ben tre anni fa. Subito mi è venuto il tremendo dubbio che i monologhi che tanto ho odiato nella precedente lezione siano in realtà proprio soliloqui.
Ora, voi lo sapete, non sono una persona che propriamente ha studiato teatro, cinema o scrittura, tutto ciò che so si basa solamente sulle comuni esperienze scolastiche. Mi piace definirmi più che altro autodidatta, per tutto ciò che è extrascolastico. Quindi ero quasi del tutto ignara del significato di soliloquio e la relativa differenza con il  monologo: la persona che me lo spiegò durante la lezione su Shakespeare non era in grado di farlo adeguatamente, perché ricordo bene che non riuscii a capire.
Ebbene, oggi è arrivato il momento di riempire le lacune. Memore della mia ignoranza sulla differenza tra soliloquio e monologo, e inoltre spinta dalla paura di aver scritto fesserie nella precedente lezione, sono andata a documentarmi. E sapete qual'è la conclusione a cui sono giunta? Che nessuno in realtà conosce la risposta.
Ho trovato interi articoli riguardanti l'argomento. E tutti, più o meno, concordano sul fatto che uno dei due è il parlare con sé stessi, mentre l'altro è parlare da soli, ma in presenza di un pubblico (immaginario o reale non ha importanza, il fatto che incide è che il personaggio si rivolga a qualcuno di esterno piuttosto che a sé stesso). Notate anche voi quindi come la differenza è molto labile. Il problema più grande, infatti, sta qui: capire quando si tratta della prima situazione o della seconda. Alcuni dicono che il monologo sia il parlare solo con sé stessi e il soliloquio in presenza di un pubblico, altri l'esatto opposto. Di chi fidarsi?
Io non mi fido di nessuno, quindi sono andata sull'enciclopedia che tengo nel primo ripiano della mia fantastica libreria. Di lei mi fido. Ecco il verdetto:

Dal volume 14° dell'Enciclopedia Universale Curcio - Monologo: [dal greco: "che parla da solo]. Battuta detta da un personaggio solo in scena, senza interlocutori, o senza che interloquiscano altri personaggi presenti in scena, in maniera evidente o meno [...]

Questo era il monologo. Non c'è la definizione del soliloquio. Infatti, come noterete, in quest'unica definizione  rientrano sia il presunto monologo, sia il presunto soliloquio. Ciò mi ha portato a pensare che in realtà il soliloquio sia solo una mera particolarità del più generico monologo, particolarità che evidentemente nessuno conosce appieno, nemmeno la mia bellissima enciclopedia.
Per tagliare la testa al toro, ho preso in mano il mio nuovissimo Devoto-Oli, e ho cercato nuovamente entrambe le definizioni:

Monologo: scena drammatica, in cui l'attore compare o resta solo parlando come se pensasse ad alta voce / breve composizione scenica per un solo attore / soliloquio e vano tentativo di coinvolgere uno o più interlocutori in un dialogo improbabile [...]
Soliloquio: colloquio tra sé e sé nell'ambito di un momento riflessivo o meditativo / monologo [...] 

In entrambe le definizioni appare la definizione opposta, quasi fossero sinonimi. Il che mi ha portato sempre più a pensare che, in fondo, la differenza sia così marginale da risultare inutile.
Dopo la ricerca dei termini, è avvenuta una discussione con mia madre per interpretare la profezia del Devoto-Oli. E abbiamo concordato che, almeno secondo noi, un monologo si ha quando un personaggio parla da solo, anche esprimendo pensieri a voce alta, ma si presuppone sempre la presenza di un ascoltatore, che potrebbe essere un altro personaggio o il pubblico teatrale. Il soliloquio invece è il parlare tra sé senza presupporre alcun ascoltatore, nemmeno il pubblico, proprio come se il pubblico non esistesse.
Ecco quindi trovata la leggerissima differenza tra i due termini.
Tornando alla fatidica lezione 16, pertanto, credo di poter dire che vadano bene entrambi i termini. Propriamente ciò di cui parlavo era il soliloquio. Ma se ricordate ho detto che un discorso del personaggio così esposto, ad alta voce e nel bel mezzo del nulla,  porta di solito al lettore ad estraniarsi dalla storia, e a sentirsi, appunto, lettore, non più immedesimato. Quindi, in pratica, si può parlare anche di monologo, perché alla fine si crea un pubblico, anche se non era l'effetto desiderato.
Sì, insomma, rimango tuttora indecisa. Comunque credo di poter dire che, sebbene forse il soliloquio fosse tecnicamente più adatto a parlare della lezione 16, anche il monologo, alla fin fine, non sia del tutto errato. Si tratterebbe solo di una superficialissima specificazione.
Detto questo, il mio parere non cambia: non si deve mai far parlare il personaggio da solo in un libro che presuppone l'immedesimazione del lettore nella scena, perché questo lo porta bruscamente nella realtà. Questo è un meccanismo che si può usare nella commedia (anzi, si POTEVA usare, le mode di oggi prevedono spesso che anche lo spettatore di teatro sia da far immedesimare piuttosto che lasciarlo al suo posto in platea). Pertanto non cambio nulla della lezione 16, se non forse il finale: no soliloqui, no soliloqui, NO SOLILOQUI, NO SO-LI-LO-QUI!!! Ve lo chiedo col cuore!


giovedì 12 luglio 2012

Lezione 16 - Ehm... i personaggi parlano da soli?

Oddio, questa è davvero una cosa che mi fa alterare, quando mi ci imbatto. E' capitato ieri in un libro e stasera in un film. Il film era quello su canale 5, "Shark Qualcosa", mentre il libro è "Il libro del Destino - il Principe delle Nebbie", targato Elisa Rosso, che sto usando come tappabuchi tra me e il terzo Hunger Games (fino a quando potrò comprarmelo). Ecco, sì... diciamo che il libro della Rosso funziona giusto come tappabuchi, perché chiedergli qualcosa di più profondo sarebbe come chiedere ad un musulmano di recitare l'Ave Maria gustandosi una braciola e disegnando una vignetta irriverente di Maometto che imbratta la Mecca con graffiti filo-americani. Ho reso l'idea? Per il film, invece, un po' meglio, ma veramente nulla di che. 
Ecco, ora sapete cosa hanno in comune il film e il libro? Cosa è successo perché riuscissi a odiare il film e a ingiuriare la Rosso? Ho letto/visto scene obbrobriose. Scene in cui il protagonista, in quel momento da solo, si mette a parlare ad un pubblico invisibile. Ma... porca... miseria... COSA COSTAVA METTERE IL MONOLOGO ALL'INTERNO DI UN DIALOGO O TRASFORMARLO IN UN PENSIERO?
Ecco, a dire il vero a me dispiace essere così distruttiva. Ma se già un libro o un film partono male, una scena  in cui il protagonista parla da solo come un idiota mi fa davvero partire il tic nervoso all'occhio. 
Ma io mi chiedo: gli autori ci pensano prima di partorire queste cose? 
Vi ho sempre detto che tutto deve essere all'insegna del realismo, tutto deve essere verosimile, altrimenti il lettore non riesce ad immedesimarsi. Secondo voi quanto può essere verosimile un personaggio che, completamente da solo, si mette a fare un lungo discorso a sé stesso? Ma... uffa. Non ho più lacrime per piangere. Voglio dire... una persona (normale) da sola non si mette a parlare a vanvera, e per minuti interminabili, poi! Quando una persona è da sola, le cose le PENSA. Che bisogno ha di ripetersele ad alta voce? Al massimo può partire un'esclamazione, per esultare o imprecare... ma arrivare al punto di fare un discorso da mezza pagina (nel caso del libro) nella solitudine più completa è da folli.
Ma insomma... sono intelligente io? Non so, mi sembrano cose così elementari! E' ovvio che leggendo/vedendo una scena del genere, un lettore/spettatore un pochino più pignolo della media, se ne accorge e ha subito la sensazione che quelle frasi gridate al vento siano state piazzate lì PER FORZA, perché l'autore voleva mettercele e farle sentire al pubblico, anche se non c'erano personaggi con cui far dialogare il protagonista. O, ancora peggio: l'autore non sapeva come costruire il dialogo! Ecco, io spero che quest ultima cosa non sia vera, altrimenti la situazione è tragica. TRAGICA! 
Porca miseria, il monologo poteva andare bene nella tragedia greca, o in Shakespeare. Ma in un film/libro odierno il lettore/spettatore è messo all'interno, vede tutto con gli occhi di un narratore onnisciente. Non può esistere un monologo, che serve appunto per collegare il lettore/spettatore al personaggio monologhista. NON SERVE, MALEDIZIONE, NON SERVE! Anzi, è controproducente, perché il lettore/spettatore che era riuscito a immedesimarsi nella storia ne viene subito catapultato fuori. 
Per sicurezza lo ripeto ancora una volta: il monologo serve per mettere in contatto il personaggio con il lettore/spettatore. Ma questo presuppone l'esistenza di un lettore/spettatore, che ai nostri tempi si cerca di far immedesimare nella storia, proprio come fosse anch'esso un personaggio. Il monologo lo riporta bruscamente alla realtà, perché gli fa rendere conto che ciò a cui sta assistendo non potrà mai essere reale: un personaggio non potrà mai fare un discorso così lungo da solo. Quindi il lettore/spettatore è portato inevitabilmente a pensare che il personaggio stia facendo quel discorso apposta per lui. Quindi viene buttato fuori dalla storia. Quindi non si immedesima più. Quindi si inca**a.
Cioè, inserendo un monologo, si rovina tutto ciò che si era cercato di fare fino a quel momento. La ritengo quindi una delle cose più sbagliate  e disastrose da fare, sia in un film che in un libro. Pertanto, ricordatevi: no monologhi, no monologhi, NO MONOLOGHI, NO MO-NO-LO-GHI!!! Ve lo chiedo col cuore!

domenica 8 luglio 2012

Lezione 15 - Mantenere la suspense

La suspense è di vitale importanza per un romanzo. Un libro senza suspense è interessante quanto un fiore senza petali, o una fetta di pane senza nutella. Ovvero: una schifezza. Quindi, come avrete capito, bisogna imparare a mantenerla durante tutta la durata del racconto. In alcuni punti, i più cruciali, deve essere abbondante, in altri invece deve solo avvertirsi lievemente, quel tanto che basta per incentivare il lettore a leggere ancora. E' opinione di molti, infatti, che la suspense serva solo ed esclusivamente quando ci si trova nel mezzo di un'azione importante, un punto di svolta per il racconto. NIENTE DI PIU' SBAGLIATO!
Come ho detto, la suspense va mantenuta sempre. Ovvio, con criterio: non si può soffocare il lettore con una suspense troppo elevata durante tutto il libro. Ma non si può nemmeno lasciar morire tutto nella noia.
Ecco quindi un piccolissimo accorgimento che mantiene la suspense anche quando, in teoria, non c'è un'azione clamorosa. Basta, infatti, dividere intelligentemente i capitoli. In pratica, bisognerebbe far accadere qualcosa ad ogni capitolo, mi seguite? Ma senza far concludere questo qualcosa alla fine del capitolo. Ovvero, troncare l'azione a metà alla fine di ogni capitolo. Il che incentiverà il lettore a continuare nella lettura. A questo scopo, può servire anche l'utilizzo della frase finale ad effetto, che ho spiegato nella Lezione 1 - Le ultime parole famose.
Insomma, quando terminate un capitolo, non fate mai terminare l'azione che vi si stava svolgendo! Fatela, invece, terminare all'inizio del capitolo successivo, dove consecutivamente avverrà un nuovo colpo di scena (profondo o superficiale che sia) che andrete a concludere nel capitolo ancora successivo. Capito?
Ecco, un esempio lampante di questo metodo di scrittura sarebbe quello di Suzanne Collins, la scrittrice di Hunger Games. I primi due libri di questa trilogia sono i più recenti che ho letto, e sono davvero una bomba di adrenalina. Noterete con me, infatti, che alla fine dei capitoli non si conclude mai niente, anzi, spesso si creano nuovi interrogativi che fanno sì che tu voglia continuare a leggere senza mai fermarti.
Un altro esempio è quello di Michael Crichton, uno dei miei scrittori preferiti (vi consiglio Timeline, secondo me è un capolavoro).
Insomma, avete capito: ogni volta che attuate una divisione in capitoli (e perchè no, anche in paragrafi), non concludete mai l'azione! Questo è davvero un gran incentivo per chi legge, il quale, tra l'altro, non si annoierà praticamente mai.